Catalogue Roberti Fine Art, TEFAF Maastricht 2026 (1) compressed - Flipbook - Page 101
La Vergine si mostra assisa e con le mani in preghiera, il capo avvolto in un velo che scende sulle
spalle e le forma una fascia sul petto, sopra il canonico abito rosso. Il manto azzurro, poggiato sul
braccio destro, ricopre anche tutto il grembo, mentre regge un cuscino sulle gambe e un panno
bianco sul quale si è seduto Gesù Bambino. Nel rivolgere lo sguardo alla Madre il Bimbo nudo
abbraccia San Giovannino che gli sta accanto. Questi porta sulla spalla la crocetta di canna col
cartiglio, mostra una carnagione leggermente più scura del Gesù e una evidente somiglianza. Anche
l’età è di poco superiore e compatibile con quanto descrivono le sacre scritture.
Il piccolo dipinto ovale, eseguito su lastra di rame, ha caratteri riconducibili ad alcune invenzioni di
Elisabetta Sirani, anche se la stesura pittorica, più delicata e meno decisa, va cercata tra le
personalità che le furono vicine.
La composizione è parzialmente ispirata infatti a un’opera giovanile di Elisabetta che una decina di
anni fa si trovava in una collezione privata di Reggio Emilia. Un’opera compiuta in collaborazione col
padre Giovanni Andrea, al quale spetta l’esecuzione della sola figura del San Giuseppe. Appartengono
allo stesso periodo creativo di Elisabetta anche altre simili invenzioni, come la Sacra Famiglia e San
Giovannino realizzata in calcografia, della quale conosciamo una derivazione pittorica (Bologna
Pinacoteca Nazionale), eseguita da una collaboratrice di Elisabetta, che va identificata nella sorella
Barbara.
Di questa si conoscono poche opere certe, cionondimeno aiutano ad informarci sull’ammirazione per
la sorella (Elisabetta era maggiore di soli tre anni) e sulle sue qualità artistiche. Nella Pinacoteca di
Bologna è anche conservato un altro piccolo dipinto su rame che reca la sua firma e che per lungo
tempo è stato identificato come un Ritratto di Elisabetta senza che nemmeno corrispondessero le
fisionomie. Si tratta invece di un Autoritratto come si desume anche dalla firma Barbara Sirani
Burgognini e dalla data 1689, quando cioè la sorella Elisabetta era scomparsa da più di vent’anni.
Di recente ho potuto identificare e pubblicare anche un altro Autoritratto di Barbara che mostra
anche una qualità più elevata ed è eseguito su di un rame ovale di misure molto simili all’opera in
esame (cm. 13,8 x 10,2). È riferibile a Barbara per via documentaria anche un Ecce homo conservato
nella chiesa dei Servi di Bologna, mentre appartiene a Anna Maria Sirani (Bologna 1645 – 1715), un
San Martino Vescovo della chiesa parrocchiale di San Martino di Medesano a Crevalcore (firmato e
datato al 1669).
Questi esigui punti stabili, circa l’attività delle due sorelle minori di Elisabetta, permettono alcune
considerazioni che ho espresso nella vasta pubblicazione alla quale rimando (M. Pulini, Il Diario di
Elisabetta Sirani, 2025 edizioni NFC). Ma consentono anche di avanzare credibili attribuzioni alle due
giovani allieve di quell’Accademia al femminile che Elisabetta aveva insediato nelle stanze bolognesi
di via Urbana.
Ritengo siano da riferire a Barbara una Madonna col Bambino conservata presso la Diocesi di
Bologna, che mostra nel Bimbo fattezze molto simili ai due corpicini del presente rame. Stessa cosa
vale per un disegno che si trova nella vasta raccolta del Metropolitan Museum di New York, nel quale
l’influenza di Elisabetta si percepisce ancora più nettamente. Appaiono invece maggiori le influenze
stilistiche del padre in un’altra Madonna col Bambino transitata nel mercato antiquario romano.
Dopo la morte improvvisa della sorella sia Barbara che Anna Maria divennero infatti collaboratrici di
Giovanni Andrea.
Pur nella coscienza che questa materia storica debba ancora trovare un pieno assestamento, dopo il
lavoro sistematico condotto per la monografia dedicata a Elisabetta e al contesto artistico che la
circondava, ritengo utile far emergere tali proposte a favore di Barbara e di Annamaria.
Circa la possibile datazione del ramino in oggetto ritengo possa trattarsi di cosa giovanile, sul finire
degli anni Cinquanta, non troppo distante dunque dal primo modello realizzato da Elisabetta e da
Giovanni Andrea, che si colloca in quello scorcio del XVII secolo.
Massimo Pulini
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